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Il trapianto di midollo osseo autologo (autotrapianto)

Come dicevamo in precedenza, nonostante la Leucemia Linfatica Cronica (LLC) sia tipicamente una malattia dell'adulto anziano, almeno il 40% dei pazienti ha un'età inferiore a 60 anni e si presenta in buone condizioni generali; in questi pazienti è lecito pertanto pensare ad un trattamento terapeutico potenzialmente curativo, attraverso l'intensificazione della dose dei farmaci chemioterapici. Esiste infatti una correlazione diretta tra dosaggio del farmaco chemioterapico e risposta della malattia, ossia più farmaco si somministra e maggiore è la distruzione delle cellule malate. Tuttavia, gli effetti collaterali della chemioterapia impediscono di raggiungere dosi troppo elevate. Gli organi hanno una sensibilità differente all'azione dei chemioterapici e si può immaginare che esista una scala che vede nel gradino più basso il midollo osseo. Quindi, il maggior limite alla crescita di dosaggio dei chemioterapici è rappresentato proprio dalla tossicità midollare. Qualora fosse possibile ovviare ai problemi della tossicità midollare, al gradino successivo si incontrerebbe la tossicità intestinale, e così via. In effetti, il trapianto di midollo osseo autologo ha consentito di superare il limite imposto dalla tossicità midollare. Questo importante traguardo è stato reso possibile dal riconoscimento, all'interno del midollo osseo, di particolari cellule, chiamate cellule staminali, che, se iniettate in sufficiente quantità, sono in grado di rigenerare dal nulla un nuovo midollo. Si comportano quindi come dei veri e propri semi, che, opportunamente coltivati, possono ricreare una normale funzione midollare. L'impiego delle cellule staminali è alla base del trapianto di midollo osseo autologo. Inizialmente le cellule staminali venivano prelevate direttamente dal midollo, con una procedura chiamata espianto di midollo. Successivamente si è scoperto che, con opportuni accorgimenti, ossia associando un particolare tipo di farmaco chemioterapico con una medicina che stimola il midollo, è possibile osservare il rilascio di tali cellule dal midollo al sangue circolante e quindi è possibile prelevarle direttamente dalle vene delle braccia, con una procedura chiamata leucaferesi. Grazie alla leucaferesi è possibile raccogliere un gran numero di cellule staminali periferiche di buona qualità, sufficienti per effettuare la procedura di autotrapianto. Le cellule staminali, sia raccolte dal midollo che prelevate dalle vene delle braccia, vengono poi congelate e possono essere conservate per oltre un decennio. Per diversi anni, attraverso metodiche di laboratorio, è stato fatto il tentativo di ripulire le cellule staminali dalle cellule neoplastiche contaminanti (purging), nella speranza che questo potesse ridurre il numero di recidive dopo autotrapianto. In realtà, per quanto affascinante sul piano teorico, la metodica di purificazione del midollo (purging in vitro) non ha dato i risultati sperati ed è stata soppiantata dal cosiddetto "purging in vivo": tale procedura, che consiste nella somministrazione di anticorpi monoclonali nella fase immediatamente precedente la raccolta di cellule staminali, ha lo scopo di "ripulire" il sangue circolante dai linfociti tumorali, in maniera tale da ottenere leucaferesi il meno possibile contaminate e di conseguenza reinfondere, nella fase di autotrapianto, soltanto cellule staminali sane. Questo trattamento sembra molto promettente e solitamente viene effettuato solo in centri specialistici.

Per quel che riguarda i risultati, grazie all'autotrapianto di cellule staminali è possibile ottenere una percentuale di remissioni complete valutabile intorno al 50-80%. La durata mediana delle risposte è di circa 5 anni. La mortalità associata al trapianto è inferiore al 5%. Attualmente molte aspettative sono riposte nel trapianto autologo effettuato insieme al purging in vivo, cioè con anticorpi monoclonali; essendo tuttavia una procedura in fase di studio iniziale, non si conoscono ancora i dati a lungo termine.

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