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Le nuove terapie

Recentemente la terapia della Leucemia Linfatica Cronica (LLC) ha avuto un ulteriore impulso dall'introduzione degli anticorpi monoclonali; l'anticorpo che ha avuto finora maggior risalto è l'Alemtuzumab, una proteina diretta contro l'antigene CD52, che è espresso ad alta densità su tutti i linfociti. Viene somministrato per via endovenosa della durata di 2 ore, a dosi crescenti; non presenta gli effetti collaterali della chemioterapia e questo è un grosso vantaggio per il paziente, che pertanto non si ritrova a combattere quotidianamente con la nausea, l'inappetenza, la stanchezza, la neutropenia, l'aspetto esteriore modificato dalla perdita dei capelli. Essendo però un'immunoglobulina, può rendersi responsabile delle reazioni avverse caratteristiche delle somministrazioni di proteine eterologhe, le più comuni delle quali sono il rialzo termico accompagnato da brividi di freddo e una reazione orticarioide caratterizzata da rash cutaneo; queste reazioni solitamente scompaiono dopo le prime infusioni, per cui la somministrazione dell'anticorpo può essere effettuata in regime di Day-Hospital. Recentemente uno studio clinico internazionale ne ha anche dimostrato la sicurezza nella somministrazione domiciliare per via sottocutanea, con ulteriori vantaggi per il paziente, che pertanto non viene obbligato a ripetuti accessi ospedalieri durante il trattamento con l'Alemtuzumab.

Per quanto riguarda gli effetti terapeutici, dopo una serie di studi pilota, volti a stabilire la dose ottimale e la tossicità, sono stati condotti trials clinici per valutare l'efficacia dell'Alemtuzumab, inizialmente in pazienti a cattiva prognosi, in recidiva o resistenti a trattamenti con la Fludarabina; il trattamento ha evidenziato una risposta obiettiva in più del 30% dei pazienti e ha contribuito a prolungare la durata della sopravvivenza.

I tentativi attuali sono pertanto rivolti all'introduzione dell'Alemtuzumab nel trattamento di prima linea della LLC, specialmente dopo aver ottenuto uno stato di malattia minima residua dopo terapia con fludarabina. Gli obiettivi di questi studi sono quelli di determinare se l'aggiunta del Campath alla chemioterapia possa migliorare in maniera significativa le percentuali di remissioni complete e la durata complessiva della sopravvivenza.

Gli altri scopi delle sperimentazioni attuali comprendono l'utilizzo dell'Alemtuzumab nell'ambito di programmi che prevedano il trapianto autologo come agente per il purging o per il trattamento della malattia minima residua dopo autotrapianto.

Un altro farmaco attualmente utilizzato nel trattamento della LLC è il Rituximab, un anticorpo monoclonale diretto contro l'antigene CD20; sulla scorta della significativa attività del Rituximab somministrato alla dose di 375 mg/m2 settimanalmente (per 4 settimane) nel linfomi a basso grado di malignità, molti gruppi di ricerca hanno esplorato il suo uso nella LLC. Le risposte ottenute, come singolo agente terapeutico, non sono state così entusiasmanti come nei linfomi, verosimilmente per la bassa espressione dell'antigene CD20 sui linfociti leucemici, mentre invece risultati favorevoli si sono osservati in associazione alla chemioterapia; in effetti la combinazione del Rituximab con la Fludarabina ha consentito di incrementare il tasso di Remissioni Complete, che attualmente si attesta intorno al 50-60%. In considerazione dei risultati promettenti è auspicabile pertanto che il Rituximab, nonostante non possieda ancora l'indicazione ministeriale, possa in futuro essere considerato come parte integrante del trattamento standard della LLC.

La profonda e protratta riduzione delle conte dei linfociti nel sangue periferico è invece la ragione principale delle complicanze infettive precoci e tardive evidenziate nei pazienti trattati con anticorpi monoclonali. Tra gli eventi infettivi più frequenti vanno segnalati quelli di natura virale, in particolare il Citomegalovirus o da germi opportunisti quali lo Pneumocystis Carinii. La regolare profilassi dei pazienti con farmaci antivirali (acyclovir) e con cotrimoxazolo ha ridotto notevomente i rischi infettivi e quindi la tossicità associata alla somministrazione degli anticorpi monoclonali.

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